Alla fine dell’Ottocento, Viozene era la frazione più popolata del territorio di Ormea, arrivando, insieme alle borgate vicine, a superare i mille abitanti. Non solo centro vitale per la popolazione locale, ma anche meta di villeggianti ed escursionisti, era descritta come un luogo privilegiato per il soggiorno estivo e punto di partenza per escursioni alpine.
Nella Guida illustrata dell’Alta Valle del Tanaro, Casimiro Marro ne esaltava il paesaggio, paragonandolo a scenari svizzeri, tra pascoli verdi e vette imponenti. Anche Domenico Bassi, nel 1896, ne sottolineava l’attrattività turistica e la presenza di strutture di accoglienza.

Un territorio isolato

Nonostante la vivacità della frazione, il collegamento con il fondovalle era estremamente difficile: la strada da Ponte di Nava era poco più di una mulattiera di circa 12 chilometri, scavata in alcuni tratti nella roccia e affacciata su dirupi, lungo il corso del Tanaro. I percorsi alternativi, come quello da Quarzina, offrivano paesaggi suggestivi e momenti di solitudine alpina, ma risultavano poco pratici per gli spostamenti quotidiani. Per gli abitanti, l’assenza di una strada carrabile rappresentava un grave limite: i trasporti avvenivano a dorso di mulo e i collegamenti con il capoluogo, distante oltre 17 chilometri, erano complessi e spesso pericolosi, soprattutto in inverno, tra frane e valanghe.
Per questo, già nel 1881 alcuni capifamiglia di Viozene presentarono una richiesta al Comune affinché la strada venisse inserita tra quelle obbligatorie, sottolineando l’importanza della frazione e i danni economici causati dall’isolamento. A questa seguirono nuove istanze negli anni, dapprima per rendere almeno percorribile la mulattiera con animali da soma (1892), poi con una petizione al Ministero dei Lavori Pubblici firmata da 115 residenti, tra cui il parroco Don Filippo Pizzo (1904). Le richieste evidenziavano le difficoltà di accesso, la pericolosità del percorso e l’impossibilità di sviluppare commerci e relazioni economiche.
 

Il progetto Poggio e gli interessi in gioco

Nel 1906 emerse una proposta concreta: l’avvocato genovese Ettore Poggio si offrì di costruire una strada carrozzabile lunga circa 11 chilometri, sulla base di un progetto dell’ingegnere Emilio Borzini. In cambio, chiedeva la cessione di circa 450 ettari di terreni comunali, il diritto di caccia per dieci anni e la possibilità di costruire edifici nelle aree acquisite.
Il Consiglio Comunale accolse favorevolmente la proposta, riconoscendone l’importanza per lo sviluppo economico e sociale della frazione. Tuttavia, il progetto sollevò presto criticità: infatti, il costo reale dell’opera risultò molto più elevato del previsto. Inoltre, emerse l’interesse principale del proponente: captare le acque delle sorgenti locali per rifornire la città di Genova. Opposizioni e timori sorsero nell’amministrazione locale e tra i cittadini, preoccupati per le conseguenze sulle risorse idriche locali.
 

Un progetto mai realizzato

Tra il 1907 e il 1910 il progetto fu più volte discusso, modificato e contestato. Il Comune cercò di imporre vincoli sull’utilizzo delle acque, ma le divisioni interne e le difficoltà tecniche ed economiche impedirono di arrivare a una soluzione definitiva.
Nel 1914, il Consiglio Comunale tornò a ribadire l’urgenza dell’opera, anche per dare lavoro ai molti emigrati rientrati dalla Francia allo scoppio della guerra. Furono avviate nuove iniziative progettuali e richieste di finanziamento, ma senza esiti concreti.
 

Il secondo dopoguerra

Nonostante decenni di richieste, studi e tentativi, la strada carrozzabile rimase a lungo incompiuta. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale si giunse alla realizzazione dell’opera. In un primo momento, tra il 1947 e il 1949, fu costruita la strada fino a Viozene, poi prolungata fino a Upega nel 1955.
La vicenda della strada per Viozene racconta molto più di un’infrastruttura: è la storia di una comunità che per decenni ha lottato contro l’isolamento, tra speranze di sviluppo, interessi economici e difficoltà amministrative. Un esempio emblematico di come, nelle aree montane, le vie di comunicazione rappresentino non solo un collegamento fisico, ma una condizione essenziale per la vita sociale ed economica.
logo_UE
logo_UE


Contatti

  • Tel. 1